‘Hypnerotomachia Poliphili’, l’enigmatico racconto di un sogno d’amore

Colgo oggi l’occasione di parlare di un libro che ha sempre esercitato su di me un fascino particolare: l’Hypnerotomachia Poliphili, un misterioso libro rinascimentale dalla ricca simbologia, che in molti nel corso dei secoli hanno tentato di decifrare, ma la cui interpretazione rimane ancora aperta.
Racconta la storia di un sogno, ed è per questo che ne parlo qui, in questo sito dedicato ai sogni; una felice coincidenza, che mi permette di realizzare un desiderio: parlare di quest’opera a un vasto pubblico di lettori che forse non la conoscono, ma che sono certa li possa incuriosire e affascinare quanto me.  


L’ Hypnerotomachia Poliphili, il cui titolo significa letteralmente “Combattimento amoroso di Polifilo in sogno“, racconta le avventure di Polifilo, il cui nome significa sia “colui che ama molte cose”, sia ‘colui che ama ‘Polia’; infatti lui è innamorato proprio di una donna di nome ‘Polia’ (=”molte cose”).


hypnerotomachia poliphili libro
Hypnerotomachia Poliphili, libro stampato da Aldo Manuzio nel 1499, capolavoro dell’editoria. Contiene pregiate incisioni e il testo presenta spesso caratteristici rientri che creano effetti grafici particolari.

L’ Hypnerotomachia Poliphili fu pubblicato nel dicembre 1499 in forma anonima; sul possibile autore sono state fatte varie ipotesi: Leon Battista Alberti, Pico della Mirandola, ecc. Poi però ci si accorse che, mettendo una di seguito all’altra le iniziali (splendide capolettere, finemente ornate) di ciascun capitolo, ne risulta un acrostico che potrebbe contenere il nome dell’autore:


 POLIAM FRATER FRANCISCVS COLVMNA PERAMAVIT
(frate Francesco Colonna amò intensamente Polia)


Il dubbio però rimane su chi possa essere questo Francesco Colonna, visto che al tempo c’erano più persone con questo nome; i più papabili sono questi due:

  • Un frate domenicano del convento veneziano dei Santi Giovanni e Paolo, di nome Francesco Colonna; visto il tema decisamente profano (e pagano) dell’opera, è normale che, se l’autore è veramente un religioso, non si sia voluto palesare.
  • Un nobile principe romano di nome anche lui Francesco Colonna, chiamato ‘frater’ non perché avesse preso i voti, ma perché membro di una particolare confraternita, l’Accademia Romana di Pomponio Leto, che promuoveva la cultura classica e il ritorno del paganesimo, in aperta opposizione alla Chiesa.  

Quel che è certo è che l’autore era un uomo davvero molto colto, un umanista ferratissimo nella cultura classica e con solide nozioni di architettura. Doveva inoltre gravitare nel territorio veneto; lo si capisce analizzando la lingua in cui è scritto il libro, che è molto particolare: un misto di italiano con marcatura veneta, latino, greco, molti neologismi e termini inventati, qualche parola anche di altre lingue (ebraico, geroglifici).
L’autore ha scelto di scrivere il libro in una forma volutamente oscura, come se volesse lanciare una sfida ad altri lettori eruditi. Percorrendo le pagine si ha la sensazione di partecipare ad una specie di gioco a nascondino, o di caccia al tesoro, anche se non si sa bene cosa si sta cercando.


Trama:

RIASSUNTO I LIBRO: La vicenda inizia con Polifilo che non riesce ad addormentarsi perché Polia si è allontanata da lui; inizia poi il suo viaggio in una dimensione onirica; si trova in una spiaggia abbandonata, da cui si addentra in una fitta selva, dove per lo spavento si addormenta di nuovo, e così inizia un altro sogno dentro il sogno; si ritrova in una vallata e vede strane architetture e rovine di edifici abbandonati; decide di entrare in un antico tempio, ma viene respinto da un drago verso un labirinto, da cui fortunatamente riesce ad uscire. Gli si fanno incontro 5 Ninfe, che rappresentano i 5 sensi; lo conducono dapprima a bagnarsi ad una fontana, e poi nel palazzo della loro regina, Eleuterillide (ovvero il Libero Arbitrio); lei lo incoraggia a proseguire la sua ricerca di Polia indirizzandolo verso il regno di Telosia (la causa finale, o Provvidenza); nel viaggio viene scortato da due ninfe, Logistica (la razionalità) e Telemia (il cuore, l’istinto, la volontà).

Polifilo viene posto di fronte a tre porte chiuse: Gloria Mundi (piaceri terreni), Gloria Deis (spiritualità), Mater Amoris (amore); Poliphilo sceglie di aprire la porta dell’amore, dove gli si fa incontro una nuova Ninfa che lo accompagna attraverso il regno di Venere; questa Ninfa si rivela essere proprio Polia. I due innamorati si recano in un tempio per la cerimonia di fidanzamento; poi salgono su un’imbarcazione guidata da Cupido, diretti all’isola di Citèra (sacra a Venere). In una specie di anfiteatro, Venere celebra il loro matrimonio mistico.


RIASSUNTO II LIBRO: Polia narra l’origine della sua stirpe (i suoi avi edificarono la città di Treviso) e di come Polifilo si sia innamorato di lei. Ma lei non poteva accettare il suo amore perché aveva fatto voto di consacrarsi a Diana se fosse stata risparmiata dalla peste che stava imperversando a Treviso; Polifilo per il dolore di vedersi respinto cadde a terra come morto; Polia si allontanò in preda al panico, ma in un sogno Cupido le mostrò che sbagliava a respingere l’amore; Polia allora tornò sui suoi passi e con un bacio restituì la vita a Polifilo. Anche Polifilo ripercorre questi ricordi, ma ora finalmente la loro unione non ha più ostacoli. Le Ninfe lasciano i due innamorati da soli, ma proprio quando Polifilo stringe Polia tra le sue braccia, lei si dissolve improvvisamente, dicendogli addio; ormai è mattina, e Polifilo si risveglia; è a Treviso, è il 1° maggio 1467; si rende conto che tutte le cose che ha vissuto non sono state altro che un sogno.


Il sogno

L’opera formalmente rientra nel genere del romanzo allegorico e riprende temi letterari già presenti in autori precedenti (Dante, Boccaccio, Petrarca): la visione, il viaggio, l’amor cortese, la ricerca della donna, il suo ruolo ‘salvifico’, ecc.  Tuttavia viene descritto un amore anche sensuale, non puramente platonico. Poi si contraddistingue per il fatto che il sogno svolge un ruolo fondamentale, sia perché fa da cornice alla vicenda, sia per l’atmosfera vaga, indefinita ed erratica che pervade la narrazione.

sogno di Polifilo

Ad una prima lettura l’Hyonerotomachia Poliphili potrebbe apparire piuttosto deludente dal punto di vista del contenuto: un’opera inutilmente prolissa e piena di erudizione, con una trama alquanto labile, inconcludente, poco interessante, assolutamente non all’altezza del formato grafico con cui fu stampato, che suscita alte aspettative.
C’è sempre l’impressione che l’autore non sappia dove andare a parare con questa storia (oppure noi lettori non capiamo): si perde in molti dettagli, ad esempio descrive minuziosamente ambienti, giardini, palazzi, particolari architettonici, tanto che l’opera potrebbe essere letta anche come un manuale di architettura.

Però se letta come racconto di un sogno la narrazione può diventare molto suggestiva e affascinante: la trama tortuosa, l’andamento erratico, la simbologia oscura di certi dettagli apparentemente casuali, il percorso labirintico del protagonista, il linguaggio misto in cui è scritta, le descrizioni-fiume in cui ci si perde, ecc., danno veramente l’impressione di restituire i pensieri e le immagini di un sogno, di seguire i misteriosi sentieri dell’inconscio durante il lavoro onirico.

Formato e grafica

La prima cosa che colpisce di questo libro è il suo formato grafico, molto importante e di sicura presa estetica; non occorre essere un bibliofilo o un esperto di libri antichi per rimanerne subito impressionati: è in effetti un bellissimo libro, anche se (anzi, forse proprio perché) all’interno il contenuto risulta oscuro e difficile. Proprio il fatto di capire solo ‘vagamente’ ciò che c’è scritto riporta all’infantile stupore con cui da bambini si sfogliavano i libri di favole guardando più che altro le figure.

Il libro fu stampato a Venezia da Aldo Manuzio il Vecchio con 170 illustrazioni xilografiche; è spesso menzionato come ‘il più bel libro nella storia della stampa’, proprio per le eccezionali caratteristiche tipografiche e la cura con cui fu stampato.

Ciò ne fa un ‘libro feticcio‘, che molti bibliofili sognano di possedere; si fa ammirare come opera d’arte, e forse nel corso della storia è stato più guardato che effettivamente letto.
Si tratta di un incunabolo, ovvero un libro stampato con la tecnica dei caratteri mobili: il carattere tipografico, nitido e assai piacevole da leggere, fu appositamente inciso da Francesco Griffo; il testo sulla pagina è disposto con grande eleganza compositiva; spesso con studiati giochi di rientri che danno una forma grafica particolare ai paragrafi.
Le bellissime xilografie, di autore ignoto (si ipotizza possano essere del padovano Benedetto Bordon), sono di ispirazione classica, semplici ed eleganti; rappresentano i personaggi, i paesaggi, e gli svariati elementi architettonici (templi, cupole, piramidi, rovine, obelischi, ecc) che Polifilo incontra nel suo viaggio. 

Stampare un libro del genere al tempo dev’essere costata una fortuna;  l’opera fu pubblicata a spese del veronese Leonardo Grassi, come lui stesso dichiara nella prefazione del libro; afferma che gli capitò tra le mani quest’opera anonima e decise di stamparla a sue spese a beneficio di tutti. Nelle prime pagine si può leggere la sua dedica a Guidobaldo duca di Montefeltro, duca di Urbino.

UNA STRANA DEDICA? Alcuni hanno notato che è curioso il fatto che un’opera d’amore come questa sia stata dedicata proprio a Guidobaldo di Montefeltro; egli ebbe un matrimonio piuttosto discusso per via della mancanza d’eredi; Elisabetta Gonzaga dovette sposarlo per motivi di alleanze; però non fu per mancanza d’amore che non ebbero figli; infatti i due, pur non essendosi mai visti prima, alla fine si innamorano veramente; il motivo per cui non ebbero figli fu l’impotenza di lui; ciò comunque non impedì ad Elisabetta di rimanergli accanto per tutta la vita con amore; si oppose nettamente all’annullamento del matrimonio e decise di non risposarsi mai con nessun altro neanche dopo essere rimasta vedova. 

Possibili interpretazioni

L’interpretazione più comune dell’opera si accorda con quanto è dichiarato sin dal titolo stesso, che nella sua versione estesa recita:


Hypnerotomachia Poliphili, ubi humana omnia non nisi somnium esse docet atque obiter plurima scitu sane quam digna commemorat
Ovvero, tradotto in volgare:
La Hypnerotomachia di Polifilo, cioè pugna d’amore in sogno, dov’egli mostra che tutte le cose humane non sono altro che sogno et dove narra molt’altre cose degne di cognitione.


In pratica, l’intento finale sarebbe mostrare come tutte le cose per cui l’uomo combatte, compreso l’amore e la vita stessa, in fondo, non siano nient’altro che un sogno; però l’opera narra anche ‘molt’altre cose degne di cognitione‘ (cioè degne di essere apprese). E dunque, quali sono queste ‘altre cose’?

Sogno di Polia
Sogno di Polia: Cupido castiga due donne perché hanno rifiutato l’amore. Polia assiste alla scena nascosta tra gli alberi.


Se l’autore è veramente frate Francesco Colonna, l’opera potrebbe nascere da spunti autobiografici; magari l’autore intendeva descrivere il suo personale superamento di un amore terreno, per approdare poi, nella vocazione, all’amore per le cose divine e spirituali, che non sono effimere, ma eterne.

A dire il vero frate Francesco Colonna non fu, a quanto pare, uno stinco di santo… Ebbe una vita alquanto turbolenta e come monaco fu piuttosto indisciplinato, più volte richiamato dai suoi superiori e anche punito per immoralità, con l’ingiunzione di non dire più messa.
Era però molto dotto e preparato, fine antiquario e amante delle belle cose dell’antichità.
Può essere che la morale cattolica gli andasse un po’ stretta, e che con questo libro abbia voluto esaltare una spiritualità libera da dogmi e imposizioni, in cui l’Anima segue il suo naturale percorso verso la rinascita, prendendo il meglio di vari culti religiosi ma senza vincolarsi a nessuno; in effetti l’opera fa riferimento alla mitologia greco-romana, ma si possono cogliere anche numerosi accenni al cristianesimo e ai culti iniziatici di Iside e Osiride.

E se invece l’autore fosse quel Francesco Colonna, nobile signore di Palestrina, membro dell’Accademia Romana di Pomponio Leto?

busto di pomponio leto
Busto di Pomponio Leto

Il fondatore Pomponio Leto riuniva a casa sua un cenacolo di letterati fanatici della classicità; si riunivano in casa sua, esploravano i monumenti pagani e cristiani, collezionavano statue ed epigrafi; si prefissero anche il progetto di restaurare la religione degli antichi romani; festeggiavano ritualmente il Natale di Roma (21 aprile) e Leto aveva restaurato il pontificato massimo pagano, al punto da farsi chiamare ‘Pontifes Maximus’.
Alcuni membri dell’Accademia parteciparono ad una cospirazione contro il papa Paolo II: volevano ucciderlo e proclamare la Repubblica romana; ma il piano fu sventato dalla polizia; l’Accademia Romana, che era segreta, vene così scoperta; il Papa ordinò l’incarcerazione e tortura dei confratelli. Pomponio Leto però dopo qualche tempo venne liberato.


Si potrebbe ipotizzare che l’Hypnerotomachia Poliphili sia quindi un testo in cui Francesco Colonna, ‘frater’ di questa confraternita, fa riferimento al percorso che dovevano fare gli iniziati per entrare a far parte di questa accademia segreta; l’opera ha in effetti un carattere dichiaratamente pagano con il suo continuo richiamo agli dèi della Roma antica. Ad esempio, Polifilo rivolge una preghiera  a Diespiter, che è l’appellativo con il quale veniva chiamato Giove nelle preghiere pronunciate dai sacerdoti di Stato nell’antica Roma.
È possibile che nell’accademia di Pomponio Leto i membri si abbandonassero a riti magici e orgiastici; Leto fu accusato, tra l’altro, anche di sodomia.

Un percorso iniziatico

In ogni caso si può leggere l’Hypnerotomachia Poliphili come un percorso iniziatico in cui l’eroe, dopo varie avventure tra sogno e realtà, e dopo aver passato anche un’esperienza di morte e risurrezione, raggiunge una trasformazione interiore, una libertà spirituale.
È probabile che l’Hypnerotomachia voglia offrire una specie di riassunto della lunga tradizione dei culti misterici e della tradizione sapienzale che ha origine in Platone e nell’ermetismo e passa per Apuleio, Plotino, Macrobio, Proclo e Marziano Capella, lo pseudo Dionigi Areopagita, il neoplatonismo umanistico di Marsilio Ficino e il sincretismo di Pico della Mirandola. Il bisogno di riunificare varie tradizioni, religioni e filosofie era molto sentito dai filosofi rinascimentali.
Ci potrebbe forse essere un richiamo ad un altro romanzo classico che ha per tema il viaggio iniziatico e che presenta riferimenti ai culti misterici di Iside: ‘Le metamorfosi’ di Apuleio. In entrambi i casi si parla infatti di romanzi ‘misteriosofici’.

Polifilo con le Ninfe ad una fontana


L’ostacolo prinicipale che impedisce la liberazione è la voluptas, il desiderio concupiscente, la passione puramente sensuale; è ciò che all’inizio tormenta Polifilo, in preda ad una specie di ‘psicomachia’, di lotta interiore tra Anima e Corpo. Quando Polifilo se ne libera, può presentarsi a Venere, perché allora è pronto per un amore più elevato.
Tuttavia Polifilo, scegliendo il percorso dell’amore e votandosi alla religione di Venere, non volta le spalle alla materia per votarsi alla pura contemplazione spirituale; la bellezza e l’amore vengono ora percepiti non solo con i sensi, ma anche con l’Anima; il percorso di Polifilo non ha il fine di sacrificare i sensi, ma di purificarli, elevarli e affinarli. Ciò spiega anche le minuziose descrizioni di oggetti, ambienti, palazzi monumenti, decorazioni, fregi, ecc: non è solo una fascinazione estetica, ma anche simbolica; hanno lo scopo di parlare ai sensi e all’Anima. Riuscire a decifrare la densa simbologia di quest’opera forse è già di per sé una specie di ‘prova iniziatica’.


Nel Rinascimento l’Hipnerotomachia Poliphili fu un libro molto apprezzato; se ne può vedere l’influenza in alcuni celebri giardini rinascimentali, fatti costruire in modo che rispecchiassero le descrizioni del libro, e che hanno dato inizio alla moda dei giardini all’italiana, con tempietti, ninfe, grotte, fontane, rovine artificiali, ecc. Ecco alcuni esempi celebri di giardini ispirati proprio dall’Hypnerotomachia:

  • Giardini della Villa medicea di Castello
  • Parco della Villa Medicea di Pratolino (Villa Demidoff)
  • Giardini di Boboli
  • Giardini di Bomarzo
  • Giardini di Villa Aldobrandini (Frascati)


Fulcanelli interpretò l’Hipnerotomachia Poliphili come un’opera ermetica; altri ci hanno trovato riferimenti all’alchimia; Jung l’amava in quanto vi si poteva rintracciare la sua teoria degli archetipi universali.
Il suo fascino risiede tutt’oggi nel mistero di un’interprezione definitiva dell’opera, che ancora manca, e che probabilmente è destinata a rimanere aperta, continuando appassionare un gran numero di letterati, filosofi, mistici e amanti del mistero. 



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“Un viaggio dell’anima, intrapreso in lotta con Amore per raggiungere la vera Sapienza, un pellegrinaggio onirico fatto di trabocchetti e prodigi, meraviglie e incubi, rovine classiche e giardini di delizie, fantastiche e iperboliche architetture, inquietanti e fascinose personificazioni allegoriche, ma anche un’eruditissima enciclopedia di miti, iscrizioni, emblemi, dotte ossessioni filologiche, mirabili lapidari, erbari e bestiari.

Questa nuova edizione affianca alla riproduzione dell’originale la prima traduzione integrale in una lingua moderna, rendendo così finalmente accessibile il testo forse più arduo della nostra letteratura. Non solo: il commento che la correda, in cui si ricostruisce e si discute un imponente apparato di fonti classiche, medioevali e umanistiche, tenta di chiarire, per la prima volta sistematicamente, i molti enigmi che costituiscono la cifra di questo romanzo, da sempre circondato da un’aura di affascinante incomunicabilità, permettendoci così di cogliervi innumerevoli risonanze.”

Edizione Adelphi (link di affiliazione):
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FONTI:

IMG: Wikimedia; Lalupa, TheArchive

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